Ho già raccontato [
“Come le foglie”, un capolavoro dimenticato] che ci si aspettava – con i 100.000 euro messi a disposizione dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali in occasione del centenario della morte di Giuseppe Giacosa (2006) – di effettuare due-tre operazioni serie: un convegno a Ivrea, dedicato a un autore ingiustamente dimenticato; la ristampa del glorioso volume di Piero Nardi,
Vita e tempo di Giuseppe Giacosa (1949), e la digitalizzazione dell’Archivio Giacosa.
Il convegno è stato fatto nel maggio del 2007, e gli atti del convegno (pagati dal DAMS torinese, in segno di
solidarietà sabauda) sono stati pubblicati tempestivamente nel febbraio del 2008 (
Giacosa e le seduzioni della scena. Fra teatro e opera lirica, Edizionidipagina, Bari, quaderni del D@MS di Torino, pp. 267, € 18). Le romane Edizioni di Storia e Letteratura hanno assicurato, già nel corso del 2007, un bellissimo
reprint del libro di Nardi, al costo di 78 euro, ma trattasi di un volumone di 926 pagine. Almeno le biblioteche i centri istituzionali (universitari e non) dovrebbero acquistarlo. Il Teatro Giacosa di Ivrea dovrebbe averne un po’ di copie, a disposizione degli studiosi. Il nuovo Direttore del Teatro è stato appena nominato nella persona di Paolo Bosisio, docente di Teatro dell’Università di Milano. Si spera nella sua lungimiranza e nella sua efficienza
milanese.
Resta aperto (e insoluto al momento) quella che in fondo era la questione più grave (ma questo è tipicamente italiano), la digitalizzazione. L’Archivio è collocato a Colleretto Giacosa, dentro la casa avita degli Eredi Giacosa, che però abitano a Roma, e la aprono agli studiosi solo nel mese di agosto. Intendiamoci, non è neanche una brutta idea: a Colleretto c’è Villa Soleil, simpatico hotel con parco e piscina (antica proprietà dei Giacosa), le cui camere sono intitolate a opere del Nostro, e c’è il Ristorante Del Monte (ottima cucina piemontese). Però resta imbarazzante andare troppi giorni di seguito ad approfittare della gentilezza dell’Erede, l’avvocato Paolo Cattani, che finisce per risultare
prigioniero in casa, durante il suo sacrosanto mese di vacanze.
D’altra parte il fondo è una piccola miniera, in cui non si finisce mai di trovare cose. Qualche anno fa una ricercatrice del DAMS torinese ha pubblicato una stesura di
Tristi amori rimasta inedita dopo l’insuccesso del debutto romano, che spinse Giacosa a modificare alcuni passaggi (
Tristi amori. Il manoscritto originario, a cura di Federica Mazzocchi, Costa & Nolan, Genova 1999), ma appena un mese fa l’avvocato Cattani mi ha segnalato l’esistenza di una prima stesura di un primo atto di
Tristi amori che potrebbe essere di qualche interesse. E comunque, a guardare e a riguardare, si trova sempre qualcosa di nuovo.
Nel recentissimo volume di atti appena citati la valida ricercatrice di Paolo Bosisio, Mariagabriella Cambiaghi, ha pubblicato una puntuale ricostruzione della prima milanese del 1900 di
Come le foglie, proprio attingendo al dossier di recensioni d’epoca di Casa Giacosa. Ma mi è capitato qualche tempo fa di dare uno sguardo a quello stesso dossier, e mi sono imbattuto in qualche particolare curioso sfuggito alla pur attenta Cambiaghi.
Mi riferisco a taluni interventi di area cattolica. Il quotidiano “L’Osservatore Cattolico” del 1-2 febbraio 1900 pubblica una recensione di Paolo Arcari che dichiara, senza alcuna esitazione: “
Come le foglie è di quelle commedie che fanno bene, è l’elogio dei forti, dei buoni, dei lavoratori, dei volenterosi; era da un pezzo che avevamo bisogno
un autore sentisse non si potessero tralasciare e come disprezzare sulla scena quelle virtù onde è irrobustita e impreziosita l’esistenza” (p. 3). E’ pienamente condiviso il senso generale – diciamo ideologico – della battaglia giacosiana, a favore di una borghese onesta, lavoratrice e produttiva. Anche i precedenti Tristi amori sono riconosciuti come un’opera lodevole, ma responsabile di aver aperto la strada a una sfilza di imitazioni meno lodevoli, come precisa lo stesso Arcari in un’altra recensione apparsa sulla rivista bimensile del Movimento Cattolico Popolare “Cultura Sociale” del 16 febbraio 1900: “Sull’argomento di Tristi amori s’andò ricamando da molti commediografi una lunga serie di produzioni aventi oltre al difetto d’origine del non essere nuovo, anche quello – più grave – di non chiamare più tristi le passioni dei loro personaggi. Al Come le foglie seguirà una fioritura di commedie ispirate da sani e vigorosi idealismi? Noi speriamo di sì” (p. 57). In realtà il tristi viene così interpretato in termini moralistici, con una forzatura evidente, ma poco importa. Resta indubbia una linea di convergenza fra le preoccupazioni etiche dell’ideologia cattolica e i solidi valori (anche familiari) della borghesia produttiva di Giacosa. Eppure, nonostante questa consonanza di intenti, lo spirito cattolico non può impedirsi di giocare un bizzarro scherzo al drammaturgo. Leggiamo di nuovo la prima recensione: “[Nennele] farà un’altra cosa: fuggirà sola, per il mondo, lavorando, fuggirà dalla casa paterna, come da una sede di disonore, di debolezza, di vizio (“L’Osservatore Cattolico”, cit., p. 2). In realtà – come tutti sanno – Nennele non vuole affatto fuggire per il mondo a cercar lavoro, vuole suicidarsi, punto e basta. Ma per il nostro recensore-cattolico non si può parlare di suicidio. La cosa è così grossa, che si può pensare di aver preso un abbaglio, ma riporto altri passi della stessa recensione:
“e Nennele confessa [al padre] ciò che voleva fare e ne sente orrore [il testo riporta errore, per banale refuso], come di un delitto. Essa non deve partire: lì, presso di Giovanni, presso del padre che lavora, che lotta, che soffre” (p. 2)
“Massimo, che – presago dei disegni infelici della fanciulla – è rimasto nel giardino ad impedirle la fuga” (p. 2)
Il tempo però, come sempre, è galantuomo. Questa prima recensione è del 1-2 febbraio, a ridosso immediato della prima dello spettacolo, che fu il 31 gennaio 1900; la seconda recensione è del 16 febbraio. Lo spettacolo fu un trionfo, e le recensioni furono numerose, in quelle prime settimane di repliche. Il buon Arcari si sarà un po’ vergognato, a leggere i resoconti dei colleghi critici non cattolici, che non si sognavano ovviamente di raccontare la favola della fuga in cerca di lavoro di Nennele. Sicché, nella seconda recensione (che pure è in gran parte semplice riciclaggio della prima) compare questa prudente e pudica variante:
Massimo, che – presago dei disegni infelici della fanciulla – è rimasto nel giardino ad impedirle forse d’uccidersi” (p. 57).
Colgo l’occasione tuttavia per chiarire che la ricostruzione della Cambiaghi – al di là di quanto detto finora, e di qualche svista secondaria di cui dirò in chiusura – è sostanzialmente eccellente. La giovane studiosa evidenzia bene che raramente – nella storia dello spettacolo italiano – si è registrato il caso di una commedia nuova che, al suo apparire sulle scene, potesse “vantare lo straordinario consenso di critica e pubblico” (p. 125) riscontrato da Come le foglie. Non se ne poteva più – all’alba del nuovo secolo – da un lato della mediocrità del repertorio italiano, egemonizzato da una drammaturgia francese molto commerciale, tutta fondata sul pruriginoso triangolo adulterino, e, dall’altro lato, della eccessiva seriosità del teatro ibseniano (da sempre considerato oscuro e ormai volgente – negli ultimi anni – in una ancora più oscura vena simbolista, assai estranea alla clarté mediterranea). Si vedano, su questo punto, le nitide pagine della Cambiaghi, pp. 131-132. E c’era anche bisogno di una iniezione di fiducia ideologica nelle magnifiche sorti e progressive della italica borghesia, “sana e operosa” (p. 135). Il merito maggiore del contributo della Cambiaghi è proprio là dove mostra che il personaggio di Massimo – appunto il borghese sano e operoso, in lotta contro altri borghesi corrotti e nullafacenti – può anche risultare sulla carta un po’ pedantesco e declamatorio, cioè ideologico, ma, invece, stranamente, tale non risulta sulla scena: e proprio grazie all’attore scelto (scelto dallo stesso Giacosa, quasi solitariamente, a fronte delle resistenze dei professionisti di teatro), Virgilio Talli, che, da buon brillante, dovette in qualche modo straniare un po’ le battute più noiose e didascaliche del personaggio, rendendolo meno soporifero di quanto si riscontri leggendo il testo (vedi le belle pagine 133-139). Ma nuovo e stimolante è anche l’approccio metodologico della Cambiaghi, che riproduce alcune immagini dello spettacolo de “L’illustrazione italiana” del tempo, facendole interagire felicemente con la propria analisi critica (pp. 140-145). Anche se sarebbe stato sicuramente più fruttuoso un maggiore scavo di analisi del testo. E’ probabile, ad esempio, che ci siano dei riferimenti in codice a Ibsen: i personaggi dei due pittori norvegesi di gusto simbolista sono una chiara allusione al simbolismo di Ibsen. Giacosa doveva essere stufo di essere considerato un nipotino ibseniano, quando invece il suo primo capolavoro, Tristi amori, è del tutto indipendente da Ibsen, non foss’altro per ragioni cronologiche.
Da tempo insisto molto sul fatto che – metodologicamente parlando – non si capiscono i documenti (recensioni, apparato iconografico e quant’altro) se non si capisce bene il testo. Ad esempio la Cambiaghi cita la recensione comparsa sulla rivista cremonese bimensile “Il Torrazzo”, scritta da tal Ferruccio Zaniboni, professore del Regio Liceo di Brescia, ma non riporta questa considerazione, che in realtà non è affatto disprezzevole:
“Peccato che Giovanni non sia all’altezza di questi altri principali personaggi. E’ questo, mi pare, l’unico difetto un po’ grave della commedia. E’ troppo inerte spettatore della rovina de’ suoi; eppur li conosce sì bene! Perché non dà alcun aiuto alla moglie? perché non si cura affatto o quasi del figlio?
E’ un bue da lavoro, lo sappiamo, ma fin da principio appare così persuaso e pentito d’esser stato un cattivo padre, che ci aspetteremmo quello sforzo da lui. E perché non ascolta il consiglio di Nennele di vegliare un po’ di più?” (p. 6).
C’è una cecità degli spettatori del tempo (che sarà anche quella di Benedetto Croce), che è poi il loro buonismo, il quale li porta a estremizzare: da un parte i cattivi che periscono, e dall’altra parte i buoni che si salvano. Giovanni si salva, ma perché, allora, non è abbastanza buono? Proprio questo, però, è il punto. Giacosa non è affatto buonista. Il suo Giovanni, sì, si salva, ma non è meno cattivo dei cattivi che si perdono. La psicologia di Giacosa è raffinata (e non schematica, tagliata con l’accetta), fa emergere le contraddizioni del personaggio, i suoi lati oscuri, le ambiguità delle pulsioni profonde. Giovanni non impara nulla, e ripete, in Svizzera, gli stessi errori che commetteva a Milano: si realizza egoisticamente nel proprio lavoro; dà tutto il tempo al lavoro, perché in realtà non ha tempo da dare alla famiglia, non ha nulla da dire e da comunicare. E’ un padre arido, incapace, e ha rinunciato a svolgere il ruolo di padre. In qualche modo è persino più colpevole di Giulia e di Tommy, che pagano in prima persona. Giovanni rischia di far pagare a Nennele, arrivata all’orlo del suicidio perché si sente (ed è, effettivamente) abbandonata dal padre. Insomma, sul piano del metodo dovrebbe essere chiaro: noi comprendiamo ciò che il documento contemporaneo non comprende, perché comprendiamo meglio il testo. Ma è anche l’incomprensione del documento contemporaneo che ci aiuta a comprendere meglio il testo.
Una piccola svista, là dove la Cambiaghi parla, a p. 144 di “pittore norvegese”, e a p. 145 di “pittore svedese”, mentre entrambi i pittori dell’opera sono norvegesi (e non possono che essere tali, se c’è una sottile polemica con il norvegese Ibsen…), ma è l’effetto ottico della lettura del dossier, perché alcune recensioni, pasticciando, scrivono di “pittore norvegese” e di “pittore svedese” (ma svista anche mia che, come curatore del volume, avrei dovuto controllare con maggiore attenzione il saggio della Cambiaghi).
Resta il fatto – per tornare a bomba - che dei 100.000 euro finora non è stato accreditato nemmeno un centesimo alla digitalizzazione del fondo di Casa Giacosa, almeno per quanto mi risulta. Il Comitato fu insediato a suo tempo da un simpatico sottosegretario del passato Governo Prodi, che aveva deciso - lui in persona, in perfetta solitudine - che Presidente del Comitato dovesse essere Masolino D’Amico, illustre studioso e critico teatrale de “La Stampa”. Il 18 settembre 2006, alle 9 del mattino, sull’aereo che mi portava a Roma, per la seduta di insediamento del Comitato (cioè per l’elezione di D’Amico a Presidente) lessi su “La Stampa” la notizia che Masolino D’Amico era il Presidente del Comitato per le Onoranze a Giuseppe Giacosa. Potenza dei giornali, che alle 9 del mattino sanno già cosa sarà deliberato tre ore più tardi, a mezzogiorno…(r.a.)