
E’ andato in scena, alla Scala di Milano, il 6 marzo 2008, per la regia di Luca Ronconi e la direzione di Riccardo Chailly, il
Trittico di Puccini, che comprende tre atti unici:
Il Tabarro, ispirato a una
pièce teatrale andata in scena a Parigi nel primo Novecento; un racconto sentimentale,
Suor Angelica, e una commedia comica,
Gianni Schicchi, entrambi scritture originali di Forzano. L’intento di Puccini fu quello di riunire in un’unica serata tre generi teatrali, tre ambienti e periodi storici, tre categorie sociali differenti. L’unità di queste differenze forti resta ancora oggi la sfida dell’opera, sfida che Puccini muove ora ai nostri contemporanei, così come la mosse allora ai suoi. Mi soffermerò sul secondo dei tre generi, il racconto sentimentale
Suor Angelica, che già allo storico debutto dell’opera, al Metropolitan di New York il 14 dicembre 1918, lasciò pubblico e critica piuttosto perplessi e delusi (e allora non si poteva certo dare la colpa a Ronconi!) decretando invece il netto successo di
Gianni Schicchi, e il mediocre risultato del
Tabarro. Inoltre, alla prima milanese, è stata proprio la messa in scena di
Suor Angelica a muovere gli animi e a ingrossare le vene di molti spettatori, a mio parere, impietosi e ingenerosi. Luogo dello scandalo è stato ancora una volta , come già molte volte in passato, l’idea scenografica del sorprendente Luca Ronconi, realizzata magistralmente da Margherita Palli. Dopo le tinte fosche e annerite dell’intreccio un po’ da
noir del
Tabarro, il sipario
rosso- velluto si apre su un celeste chiaro e un bianco freddo da alba invernale. Lo sguardo va immediato a inquadrare il capo velato azzurro di una gigantesca statua di Madonna, che occupa (da sdraiata, con le braccia a croce e i piedi sollevati indietro) l’intera scena, appoggia la guancia su un lato e con il dorso della propria mano (pare la mano di un
Gulliver al femminile: è inevitabile non andare al ricordo di quell’illustrazione della fiaba omonima ) sostiene il ventre di una suora candidamente vestita di bianco, appoggiata a lei in atto di infinita

prostrazione. E’ Suor Angelica, interpretata con calore e voce
diamantina da Barbara Frittoli. Da sette anni la suora è dedita a una clausura che nasconde un antico desiderio. A questa Madonna a terra ne corrisponde un’altra identica ma di dimensioni più naturali. E’ collocata in alto a destra. in una sorta di finestrella; dentro un varco aperto nella
skené, in piedi, nel classico aspetto delle sacre
immaginette cristiane. Pare osservare la scena dall’alto, come una madre che tiene i fili delle proprie creature e vede sé stessa pure riversa, piegata a un volere più grande e al suo naturale sacrificio di sorella,vicina a chi le è da sempre devota. Con l’avvio della prima ampia e lenta aria cameristica, soffusa e lontana, si assiste all’ingresso di uno stuolo di suore in bianco, dalle voci cristalline e sottili. L’impatto della scena si fa curioso e a tratti degno di un certo sorriso divertito quando le suore cominciano a percorrere la schiena della grande Madonna riversa a terra. Vi salgono come su una collina o su una pianura inclinata, si dispongono a due o a tre, a volte a gruppetti, vi ridiscendono fino a far dimenticare il reale luogo dove è ambientato l’intreccio, un convento di clausura di fine 600, come da libretto, uno spazio claustrofobico. Ronconi evoca una sorta di paradiso montuoso, suggestivo per spettatori aperti alle visioni e stimolante per cantanti, a cui è consentito apprendere l’abilità di cantare con tutto il corpo e non solo con la splendida voce. Ronconi opera una scelta forte che in una sola immagine ci restituisce il significato di una solitudine e di un sacrificio e dà rilievo a un libretto e a una musica che di per sé procedono in maniera abbastanza statica e monotona, senza quasi alcun movimento drammatico (del resto come il pubblico dei primi anni Venti già rilevò). Ciò che non fa la musica, lo fa la scena, il respiro di una regia che qui, a mio parere, salva l’opera e l’arricchisce di elementi. Nel corso del racconto viene rivelato il mistero e il dramma interno di Suor Angelica che l’immagine iniziale già fa prevedere. Viene a trovarla in convento la zia Principessa e da questo unico dialogo (per il resto sono quasi tutte arie da camera con una voce solista e alcuni cori) apprendiamo che alla povera suora, di famiglia aristocratica, è stato sottratto un figlio, nato fuori dal matrimonio. Il convento è la punizione che la famiglia le ha destinato. La suora non ha mai dimenticato la sua creatura ed è desiderosa di conoscere la sorte del bambino, di cui apprenderà la dura notizia della morte per malattia, avvenuta solo tre anni prima. Lo sviluppo successivo del racconto dà ragione della scelta ronconiana. Suor Angelica in preda alla disperazione tenta il suicidio con delle erbe

velenose, ma resasi conto del peccato mortale, invoca la Madonna e le chiede di essere perdonata, prima di morire. La Madonna appare portando con sé il bambino che corre ad abbracciare la madre morente. Ronconi non stravolge il testo ma semplicemente lo annuncia fin dall’inizio. Fin dall’inizio umanizza l’immagine sacra della Madre Santa, prostrata e in aiuto, come madre, di un’altra madre, sostegno ai sacrifici e ai desideri rimossi delle suore sue devote (
sostegno reale: su di lei le suore camminano, si siedono, si appoggiano). Nel finale la Madonna non appare (come vorrebbe il libretto): in qualche modo è già presente. Ma con un abile e interessante effetto luminoso prende corpo e profondità, come se planasse in quell’istante sulla scena (calano le luci alte e frontali e salgono invece quelle basse e posteriori, in una sorta di potente controluce). Si sono accesi dei lumini, in perfetta corrispondenza simmetrica: per terra, dove è inginocchiata Suor Angelica, ma anche nella finestrella, dove è l’immagine da
ex voto della Madonna. E si spendono all’unisono, a un certo punto, in basso e in alto, a sottolineare il momento drammatico del suicidio della suora. Poi una forte luce a pioggia accoglie l’uscita, da sotto il ventre della Madonna prostrata, di un bel bambino biondo che strappa ad alcuni spettatori sospiri e sorrisi, ad altri solo molti sbuffi, e a quelli più intellettuali alcune riflessioni sul significato della nascita e della morte ( il bambino nell’uscita volontaria e autonoma pare liberarsi da una lunga prigionia ). Lo vediamo correre, superare la grande mano a terra della Madonna, e inerpicarsi anche lui, come avevano fatto prima le suore, sulla schiena della Madre Santa, tutto teso ad
accucciarsi tra le braccia di
sua madre, distesa, morente sulla schiena della Madonna, come sul dorso di un antico animale primitivo.
L’impietoso, esigente, a tratti quasi supponente, pubblico della Scala non ha per nulla apprezzato; ha accolto, nei saluti finali, uno degli ultimi maestri del Teatro Italiano con fischi e interiezioni cagnesche (“Bouu, Bouu”).